Cammina cammina/Marcher/Marche que je te marche

27 luglio 2018 10:40 di jazzi

di Giuliano Scabia.

1.

Cammina cammina.

In questa formula iniziatica – con cui in tutti i dialetti italiani viene sorretto il racconto delle fiabe di magia e si accompagna il protagonista verso l’ignoto – mi sembra di scorgere un nucleo misterioso.

Come mai cammina cammina – marche que je te marche?

È un formulario di suspence, un trucco narrativo, certo, ma anche qualcosa di più.

Cosa c’è davanti al cammina cammina?

L’ignoto, il pericolo, la morte, la salvezza.

Il completamento dell’iniziazione.

Cammina cammina introduce il tempo altro – il tempo magico:

si entra nel mondo accanto, nell’oltre: dove tutto è inesorabilmente possibile.

In cammina cammina c’è il futuro degli attori del dramma/fiaba, dramma/vita, dramma sogno.

Cammina cammina è il seme da cui fiorisce la creazione racconto – la sua struttura –  struttura che rivela la confermazione dell’eroe.

Ecco un luogo linguistico in cui il camminare è creazione.

 

2.

Marco Polo parte da Venezia nel 1271 e torna 24 anni dopo, il 9 novembre 1295: a piedi, a cavallo, a cammello, a carretto – la sua creazione, Il libro delle meraviglie, è frutto di quel camminare lento – quel continuo avvicinamento –  quel lungo fermarsi ad ascoltare e capire, decifrare. Penso alla velocità degli spostamenti di oggi – in quel low cost che sta facendo del mondo un paese stretto, raggiungibile con un clic, forse pericolosamente monotono:

e qui mi viene un’idea:

che l’andare di oggi, e tutto il turismo va e vieni, abbiano bisogno di una rivoluzione radicale, permanente – e ininterrotta:

che, per esempio, se si va in India, o in Cina, ci si vada a piedi, chiedendo ai governi di riaprire gli antichi sentieri: scarpe, zaino, alloggi e caffè lungo la via: viaggi che durino anni, passo passo, cammina cammina, sguardo dopo sguardo: milioni e milioni che viaggiano a piedi, con diverse paia di scarpe nella sacca – a piedi o anche in bicicletta – per il gusto di godersi il viaggio – il durante – le voyage – la vita.

Chissà, forse questo cercavano i bambini della prima crociata – ahi, tutti morti per strada – non erano ben attrezzati per il cammina cammina.

Quando l’indovino disse a Tiziano Terzani: In quell’anno non volare, lui, quando venne quell’anno, non volò. Andò di paese in paese col treno, coi pullman, coi taxi. E vide un mondo che non sospettava, tutto quello che c’è fra aeroporto e aeroporto.

E se fosse andato a piedi per un anno?

Chi vola troppo con ali non sue non può vedere cosa c’è sotto il volo.

 

3.

Venezia.

Quanto se ne parla. Com’è mitica. Quante Venezie ci sono!

Ma la Venezia di un veneziano – e io in parte lo sono – è completamente diversa da quella mitica – completamente diversa da quella descritta da Ruskin, o da Thomas Mann, o da Luchino Visconti, o da Proust.

È prima di tutto una città dove si cammina.

Un chirurgo di Bologna che ha recentemente operato al ginocchio una cara amica le ha detto: i pazienti veneziani sono diversi, hanno la muscolatura delle gambe diversa. E, aggiungo, hanno anche problemi diversi alle giunture del ginocchio – su e giù per i ponti si consumano di più.

Cammina cammina…

 

 

4.

Una quarantina d’anni fa – 1980/1990 – anche suggestionato da un amico sperimentatore, Paolo Pierazzini – ho cominciato a fare degli attraversamenti, lunghe camminate, di giorno e di notte, insieme a gruppi di persone, con un libro in mano.

Un libro mio – per esempio Teatro con bosco e animali, o Il poeta albero, o L’insurrezione dei semi, o Opera della notte.

Perché? Cosa c’è dentro un libro mio? Cosa ci ho messo?

La proposta ai partecipanti era fatta così: venite, camminiamo insieme, piano piano, dentro il paesaggio che vi propongo – guardiamolo, ascoltiamolo, ci sono tante tracce di passaggi precedenti, cerchiamo di decifrarle – ogni tanto ci fermiamo e vi leggo qualcosa. Di poesia. Che dono mi fate ascoltando.

Dove andiamo? Dove vi porto? Dove ci porta chi abita nel libro? Sto cercando di capire, insieme a voi, chi è la mia scrittura.

Così piano piano la forma del libro diventa la forma dell’andare – il cammina cammina.

I nostri passi ascoltano i passi della metrica del libro.

Intonarsi.

Cos’è un libro, a volte, se non un cammina cammina?

In fondo tutto il mio andare è stato un cercare la metrica, il passo della scrittura.

Il cammina cammina.

 

5.

In tempi lontani, intorno al 1968, mi sono reso conto che se non ci davamo da fare a tener vivi i margini, a portare e ricevere vita, anche il centro avrebbe avuto problemi. Se si ammalano i margini si ammala anche il centro, ho pensato. Bisogna andare là, e camminarli i margini, passo passo.

Ecco uno dei motivi che mi hanno spinto a costruire comunicazione e teatro nei luoghi di margine, prima a Milano poi nei quartieri di Torino poi nel manicomio di Trieste poi nei paesi dell’Emilia Romagna e via via in tanti luoghi.

Cammina cammina, di casa in casa, di scuola in scuola, di piazza in piazza, di bosco in bosco, di valle i valle – quanti doni ho ricevuto – di vere storie, di canti, di racconti, di anime. Di amicizie che durano nel tempo. Di stupore di fronte alla metamorfosi. Di abbandoni, di ritorni.

Quando, col mio cavallo, ho deciso di salire la montagna Etna…

 

6.

Il piede, il corpo.

Se una città viene progettata per le automobili il corpo (mio) sarà costretto a muoversi nella gabbia dell’automobile:

ma se parto dal piede, dal passo, la città avrà la misura mia, del corpo mio:

sarà creata dal passo mio, a mio agio.

Ha perso il sentiero del suo corpo una specie che costruisce città sulla metrica delle automobili.

 

Il tempo del corpo è lento – il passo è la sua gloria umile, la sua gioia, il suo Paradiso – che nell’immaginazione della favola Genesi è fatto a passi di corpi nudi più strisciare di serpente, mangiando calmamente pomi senza paura di peccato – e senza venire cacciati dalla fretta di un dio rabbione e frettoloso.

È il piede che gli architetti e gli urbanisti devono prendere come misura aurea, creatrice – anche il piede di chi è zoppo, o senza gambe.

 

Sì – sento che sta venendo, che verrà, con passo di Dioniso, la rivoluzione del piede – come nelle camminate di Gandhi – che camminando ha abbattuto l’Impero.

 

Cammina cammina…

 

Se migliaia di profughi in condizioni disperate hanno risalito i Balcani a piedi sarà possibile anche a noi, turisti del futuro sognabile, attraversare città, paesi, montagne, deserti – come i Macedoni di Alessandro – e anche, perché no, camminare sulle acque – come figli di dio.

E poi la poesia non è tutta basata sui piedi?

C’è poesia senza piedi?

 

7.

Eccoli i piedi della poesia – come li ho scritti nel prologo al Poeta albero.

 

Camminando…

Pubblicato da Doppiozero il 4 Luglio 2018.
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