Camminare per raccontarlo #2

6 settembre 2018 11:00 di jazzi

Oggi viene pubblicata la seconda parte del longform di Fabrizio Spinelli, la prima parte si può leggere qui: http://www.jazzi.it/2018/08/30/camminare-per-raccontarlo/

di Fabrizio Spinelli.

Al di là delle semplici motivazioni salutistiche ed ecologiche, le ragioni di un simile fenomeno culturale vanno cercate, a mio avviso, più indietro negli anni. Privata – come nota la Solnit – della sua funzionalità, camminare è diventata un’attività ricreativa dall’altissimo gradiente estetico e simbolico. Tendenza iniziata, probabilmente, dalle azioni di certi land artists. Nel 1967 Richard Long realizzava la sua opera più famosa, A Line Made by Walking, la fotografia di una linea retta “scolpita” nel paesaggio semplicemente calpestando l’erba che ricopriva il terreno. Nello stesso periodo lo scultore Carl Andre esponeva una serie di opere che erano come il negativo di quelle di Long, dei lunghi piedistalli appiattiti (solitamente in acciaio, ma non di rado in legno o cemento), che funzionavano come delle piccole strade (lo spettatore al loro cospetto non sa se seguirle, camminare intorno oppure salire sopra e passeggiarci). Le mostre di Hamish Fulton, di poco più giovane di Long, consistono tutt’ora nell’esposizione di documenti raccolti o prodotti durante le sue escursioni a piedi: grafici con le altezze altimetriche sorpassate, fotografie, brevi poesie zen scritte su pezzi di carta o stampate in caratteri macroscopici sui muri, mappe a grande scala con sopra tracciati con il pennarello gli itinerari percorsi, oggettistica varia.

A Line Made by Walking 1967, Richard Long

 

Per quanto appesantito da un’eccessiva base ideologica, solo in parte giustificata dal fatto che sia stato scritto alla fine degli anni ‘90, Storia del camminare rimane una lettura consigliatissima. In uno dei capitoli più riusciti, quello dedicato alla letteratura sul camminare, l’autrice individua un nodo tematico particolarmente problematico: «Verso la fine del XIX la parola vagabondo “tramp” e il relativo verbo vagabondare erano diventati popolari tra gli scrittori del camminare, come anche i termini girovago e zingaro e, più lontano in un mondo diverso, nomade, ma giocare a fare il vagabondo e lo zingaro è pur sempre un modo per dimostrare di non esserlo realmente. Bisogna essere complessi per volere la semplicità, stabili per desiderare questa forma di mobilità. Diversamente da Bruce Chatwin, i beduini non fanno giri escursionistici a piedi».

Ciò che i grandi scrittori del camminare condividono è, nota giustamente la Solnit, la loro condizione di maschi bianchi in perfetta salute fisica, generalmente benestanti, insieme all’essere mossi come da «una inclinazione vagamente clericale» che li porta ad arrogarsi una superiorità morale che traspare fastidiosamente dalle loro pagine (in un capitolo successivo, è ripercorsa anche la storia del camminare femminile, una storia dimenticata, fatta di restrizioni, impedimenti, pregiudizi e vere e proprie torture). Ma, soprattutto, in tutti gli autori presi in considerazione (da Wordsworth a de Quincey e Chatwin), l’autrice nota come non sia mai messo in discussione il rapporto tra uomo e natura: si dà ingenuamente per scontato che la forza ristoratrice di una passeggiata possa ristabilire un accordo profondo tra l’uomo moderno e il suo ambiente circostante, rigenerare quell’unità di senso la cui frantumazione è sempre stata considerata come marchio del moderno. La natura, insomma, come difesa dalla storia.

 

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Una simile prospettiva sembra inaccettabile per il nature writing contemporaneo. I più interessanti libri sul camminare apparsi negli ultimi anni (Le antiche vie di Robert Macfarlane, London Orbital di Iain Sinclair, Gli anelli di Saturno di W. G. Sebald) partono proprio da un approccio complesso e ultracritico al rapporto uomo-natura. Se in Sebald c’è come un diaframma impalpabile ma insormontabile tra soggetto e ambiente circostante, sicuramente danneggiato dalla presenza dell’uomo, ma a sua volta per niente innocente («i poteri gemelli della natura e della storia annientano qualsiasi inadeguata difesa il genere umano possa preparare, inevitabilmente portando insignificanza, perdita e morte»), in Macfarlane e soprattutto in Sinclair l’esperienza della natura che ci viene riflessa è confusa e ibrida. Molte pagine di London Orbital sono occupate, ad esempio, dalla descrizione dell’effetto natura che gli urbanisti hanno provato ad applicare alle aree intorno alla M25, l’anello autostradale che circonda la Greater London.

«Il confine tra letteratura del camminare e scrivere della natura non è ben definito, ma gli scrittori della natura tendono, nella migliore delle ipotesi, a rendere il camminare implicito, a farne un mezzo per gli incontri con la natura che descrivono», aggiunge ancora la Solnit, ed è impossibile darle torto. Se scrivere della natura può risultare difficile, scrivere del camminare, non del camminare come mezzo ma del camminare come “oggetto” (un’azione – a meno di deficienze fisiche o altre costrizioni – totalmente implicita) è praticamente impossibile. Non a caso i libri citati sono opere ibride, a metà strada fra racconto e saggio (o tra prosa e poesia, nel caso di Sinclair), in cui c’è un rovesciamento di sfondo e figura, un’inversione tra il ruolo della digressione (preminente) e quello della narrazione (secondario). Il loro soggetto è il contesto in cui sono ambientati. Leggendoli, si ha l’illusione di spiare un pensiero che si forma sotto i nostri occhi. «Nulla è più istruttivo del veder camminare uno che pensa», scrive Bernhard in Camminare, (in teoria un libro di fiction, anche se molto più simile a una disquisizione di filosofia del linguaggio che a un romanzo breve), «così come nulla è più istruttivo del veder pensare uno che cammina, per cui possiamo dire senz’altro che vediamo come pensa colui che cammina, così come possiamo dire che vediamo come cammina colui che pensa, perché vediamo camminare colui che pensa e viceversa vediamo pensare colui che cammina e così via, dice Oehler. Camminare e pensare sono in un rapporto costante di reciproca intimità, dice Oehler. La scienza del camminare e la scienza del pensare sono in fondo un’unica scienza».

Pubblicato da Rivista Studio l’11 luglio 2018.

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