Monte Bulgheria: laboratorio camminato

3 marzo 2018 16:21 di jazzi

di Marco Belpoliti.

Si va in silenzio, in fila indiana. Matteo Meschiari ha radunato il gruppo vicino alla chiesa del santuario di Licusati, sopra Marina di Camerota e ha chiesto di non parlare mentre si sale. La strada rampa per i primi quindici minuti; si transita attraverso la vegetazione di alberi e arbusti, poi il tratturo diventa sentiero e sopra c’è solo la pietraia. Siamo arrivati al punto di ritrovo con il Pick-Up di Maurizio. Gli altri seduti dietro nel cassone, io nell’abitacolo a parlare con il nostro ospite della casa in cui dormiamo. Il Monte Bulgheria, che stiamo salendo per raggiungere uno degli Jazzi costruiti sul fianco della montagna, è stato abitato in passato da monaci greci e poi da soldati che si erano installati qui durante le guerre gotico-bizantine raccontate da Procopio di Cesarea.

 

Un amico, prima del viaggio al Sud, mi ha raccontato delle lotte iconoclaste che hanno tormentato la cristianità in queste terre e dell’arrivo di monaci basiliani, che costruirono i primi monasteri, mentre i loro predecessori vivevano in grotte e anfratti. Guardo la falda che stiamo salendo, dalla parte di Licusati, e provo a vedere dove si trovano queste grotte. È la prima volta che vengo qui e cerco di immaginarmi come poteva essere la zona a quell’epoca. Perché si chiama Bulgaria la montagna?, ho chiesto a Maurizio, mentre zigzagava con il suo macchinone. C’era una colonia di bulgari, degli slavi, venuti qui per combattere: li aveva chiamati come mercenari, probabilmente, il Duca di Benevento, un longobardo, intorno al 667. E poi altri sono arrivati due secoli dopo, mi dice. Un professore inglese – se ho capito bene – ha telefonato loro per contestare questa notizia riportata sui depliant della zona e ripresa poi in un articolo da Pasquale Raicaldo. Non è vero!, ha detto all’apparecchio.

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Voleva parlare direttamente con il giornalista. La montagna non ha ospitato solo monaci ed eretici, ma anche paesi in lotta tra di loro. Nel XVII secolo, infatti, Bulgheria è stato disputata dagli abitanti di due paesi che vivono sui versanti opposti: Celle e Licusati. Maurizio, che è di Licusati, dice che loro hanno perso la contesa anche giudiziaria. In cima, dove non arriveremo, c’è come una cortina di ferro che separa le due falde, che gli abitanti di Celle hanno messo per impedire lo sconfinamento di mandrie nei mesi estivi. Celle viene naturalmente dall’insediamento dei monaci: vivevano nelle celle. Monaci guerrieri?

Salgo agevolmente, la pendenza non è forte, anzi è pure dolce, e mentre si ascende s’apre la vista del mare. Anche questo era un mare milioni di anni fa. Le rocce sono erose dal vento e dall’acqua. Oggi soffia la tramontana e meno male che, non dando retta agli ottimisti, ho portato la giacca a vento, quella invernale, e posso godermi il caldo e il sudore della scarpinata. Cappello di lana in testa. Il Sud può essere freddo a febbraio.

 

Nessuno parla. Ogni tanto prendo qualche appunto. Pensieri in libertà. Meschiari è avanti, in testa, e il gruppo – sono trenta persone venute per la camminata – si snocciola pian piano. Avanti c’è Claudia Losi. Siamo qui per lei, si può ben dire, visto che ci sarà una sua installazione sulla montagna. In alto, in basso, lungo il percorso? Non l’ha detto. Maniche a vento, si mormora tra noi. Beh, vento per tenderle ce n’è quassù. Altezze limitate. Dislivello intorno ai 500 metri.

 

Le montagne che si affacciano verso il mare hanno sempre qualcosa di speciale. Sembra che appartengano all’acqua, anche se quella è laggiù, in fondo, un orizzonte interminabile che sale verso l’alto man mano che anche noi saliamo. In basso, Palinuro con la sua forma tondeggiante, almeno vista da qui. Prolunga la montagna nel mare. Il sentiero è ben tracciato, visto che ci vengono gitanti domenicali e poi i pastori, i veri abitanti di queste montagne. Le greggi le abbiamo viste tra gli alberi, dietro al filo spinato un cane da guardia che abbaia. L’arrivo in alto mette termine al silenzio. Sono tra i primi e faccio il giro dello jazzo. Metà è in rovina, con i tetti sfondati; sarà restaurato a breve, mi dicono. Dietro l’edificio, poco più in alto, c’è uno spiazzo delimitato in cerchio da pietre: un’aia. Arnaldo, il naturalista che ci accompagna, bella barba e parlata locale colorita, simpatia che gli esce da tutti i pori, mi spiega che qui probabilmente coltivavano tutti i ripiani sistemati nel corso dei secoli.

 

 

Cosa? Forse frumento, forse altri cereali. E li lavoravano sul pianoro che è piccolo. Ci mettiamo in cerchio intorno a lui e ci spiega che tipo di animali vivono qui: pettirossi, picchi dai vari nomi. Sono tutti uccellini invisibili. Non è il momento giusto per osservare la flora, dato che è inverno. La natura dorme. Prendo appunti e faccio qualche disegno del posto. Bisognerebbe salire a primavera per vedere la macchia mediterranea di queste zone al suo rigoglio. Piante medicinali qui intorno. La mia ignoranza è massima in fatto di piante. Ci ho provato varie volte con libri ed escursioni, ma non sono stato costante. Arnaldo prova a spiegarci. Tra la rada vegetazione ci sono i cespugli detti “taglia mani”. Il loro nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicum, se ho trascritto bene. Viene dalla Mauritania? Anche questo luogo con le pietre è a suo modo un deserto. Arnaldo ci dice che il nome con cui questo cespuglio è chiamati qui nel Cilento è “sparto”: ci si ricavavano un tempo delle corde da usare nelle barche e per fare cesti o contenitori per l’allevamento dei mitili. Sembra incredibile che sia così. La gente che viveva quassù un tempo usava tutto quello che c’era per realizzare oggetti e cose.

 

Non buttava via nulla. E come poteva, con quel nulla che c’è sulla montagna brulla? Anche la geologia del luogo è semplice: Monte Bulgheria è un massiccio calcareo. Fa parte della Pangea e ha almeno 200 milioni di anni. Non appartiene all’Appennino, o almeno non ora, dato che ne è come una diramazione, qualcosa che si è staccato dal suo massiccio. Così forse si spiega la sua appartenenza al mare e alle sue geologie nascoste. Alta 1225 metri la montagna è fiancheggiata da argille, marne e calcari. Il suo colore è grigio e i suoi sassi erosi e costellati di buchi. Il nostro naturalista si ferma a mostrarceli. Il tutto fa parte delle aree cosiddette carsiche della Campania.

 

In cima Meschiari propone un esercizio del camminare lento. Tutti si dispongono in fila, uno a fianco l’altro, e cominciano ad avanzare pian piano. Neppure un passo alla volta: un mezzo passo. Alcuni stanno con il piede sospeso. Meschiari ha spiegato cosa vuol dire questo movimento. Tutti hanno ascoltato con attenzione. E adesso vanno avanti. Dopo una ventina di minuti arrivano quasi al limitare del prato in leggera discesa. In silenzio. Poi finalmente si mangia. Abbiamo portato i panini per il pranzo e si conversa a gruppi. L’istruzione di Meschiari ha fatto effetto.

 

Nessuno urla, nessuno corre, nessuno conversa ad alta voce. Un solo bambino; meglio, una bambina, che corre avanti e indietro e chiama mamma e papà. Ci spargiamo intorno. Parlo con Agostino di questo jazzo (U iazzo si dice), che è poi la costruzione tipica della zona. Edificio in uso ai pastori per il ricovero del bestiame. Il progetto cominciato tempo fa con il concorso, di cui abbiamo raccontato qui, è quello di recuperare gli edifici come luoghi dove sostare e dormire sotto le stelle d’estate e non solo. La maggior parte degli jazzi sono costruiti in discesa, mentre questo si erge un pianoro. Ha ben separata la parte delle bestie e quella dei pastori. Su questa montagna ci sono ancora i predatori. Il lupo in particolare è tornato nell’Appennino. Scendiamo pian piano, godendoci il panorama; adesso si parla a gruppetti e la camminata all’ingiù è rapida e piacevole. Al parcheggio, vicino alla chiesa, ci si scambia ancora pareri e idee. Credo che la prossima volta saranno – saremo? – in molti di più. Si salirà lungo un altro sentiero.

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Il secondo laboratorio camminato sarà domenica 25 febbraio con il gruppo Stalker e Vincenzo Abramo, ricercatore e presidente MUVIP. L’appuntamento è alla Chiesa dell’Annunziata (Licusati) alle ore 10.30. Il pranzo al sacco è offerto dall’associazione Jazzi. Il rientro al paese è previsto alle ore 15.30, alle 16.00 incontro di restituzione con i partecipanti e aperitivo al bar. Si consiglia di indossare scarpe da trekking e di portare acqua per la passeggiata. La lunghezza del percorso sarà di 4 Km per l’andata e 4 per il ritorno.

Pubblicato da Doppiozero il 24 Febbraio 2018.

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