Al vento stanno le bandiere

27 luglio 2018 10:35 di jazzi

Al vento stanno bandiere, aquiloni, preghiere, saluti per i nomadi, vele che viaggiano, teli che proteggono, panni che asciugano: una differente famiglia di parole che tiene vivo negli occhi il racconto di ogni uomo.

 

C’è un’ora del giorno in cui l’umidità diventa un elemento materiale, non più vapore gassoso ma calore percepito, sostanza complice dello stare in un luogo. È quello il momento che definisce il passaggio dal pomeriggio al tramonto, quel repentino calare della temperatura che altera la presenza d’acqua, soprattutto nelle vicinanze del mare. È stato quello il momento d’inizio di Voce a vento, opera site-specific di Claudia Losi sul Monte Bulgheria. Si tratta del primo intervento artistico promosso dall’Associazione Jazzi, in cui Claudia Losi propone un’azione poetica di carattere visivo e sonoro. L’intento è percepire e raccontare i luoghi, restituendo spazio e senso ad un immaginario collettivo del territorio. Si tratta di un “rimettere al mondo” la memoria dello spazio attraverso un rapporto reale e fisico con e nei luoghi (Landscape-Mindscape-Walkscape). Musicato da Meike Clarelli, il testo è interpretato dalle voci di una trentina di donne disposte lungo un sentiero.

Se la ragione del tramonto e della poetica della fine del giorno appare chiara, meno ovvia è la scelta di portare un canto di donne nei luoghi spesso interdetti alla componente femminile del mondo. La montagna è fatta di sentieri impervi, uomini solitari accompagnati dalle greggi che spesso attribuivano il femminino alle stelle, unica compagnia e vicinanza nelle notti di transumanza. Riportare le voci di donne sul monte significa ristabilire un equilibrio e al contempo proporre un esercizio ribelle, far risuonare quei fili di natura e di presenza che sono stati sopiti, interdetti, sottratti.

Così, in questa poetica di somma e sottrazione, parte il percorso dei fruitori dell’evento, che sono parte presente e necessaria, proprio perché la voce assume senso solo se udita, il canto è racconto solo quando può risuonare.

 

I partecipanti si dipanano con un fluire disordinato dallo spiazzo dell’Annunziata, scogliera sul paese di Licusati e sugli ulivi millenari. Il gruppo si compone di volti conosciuti e di nuovi incontri occasionali, e dai van parcheggiati scendono corpi di donne prima invisibili in nero, poi mimetici in questi abiti che riprendono i colori delle rocce, della terra.

Voce e vento inizia così. Ci distribuiamo in una sorta di fila, di treccia corposa di persone, che inizia la ripida salita verso la Cropana. L’aria si alza, il vento inizia ad attraversare i rami, a tagliare in obliquo le traiettorie di cammino, a sferzare tra le pietre lisciate e i cespugli di rovi.

A metà della salita di cemento che costeggia gli ulivi si intravede il primo cono di tessuto e si sentono e comprendono i primi versi: “carbonato di calcio, le pietre di bianco / doline di vuoto, le pietre di bianco / fossile di mare antico, le pietre di bianco / calcari del tempo, le pietre di bianco / argilla di vita, le pietre di bianco / correnti di torbida, le pietre del bianco”.

C’è la prima figura tra i cespugli, un cono di stoffa – manica a vento antropomorfa – che fa risuonare le pietre e guida il cammino, in cui il suono dei passi sulle sterpaglie e sui sassi è quasi una percussione, elemento sonoro che accompagna la singola voce, che resta sola per poco. L’eco diventa canone, e altre voci dal crinale del sentiero riprendono “fossile di mare antico, le pietre di bianco”; rendono il singolo vocalizzo un coro, e il gruppo un noi, che sale avvolto nei suoni, intervallati dai fischi del vento.

quanto tempo è passato? / dal lutto divino / quanto tempo è passato? / dai canti preghiera / quanto tempo è passato? / dalle rime d’amore / quanto tempo è passato? / dai sacrifici di carne / quanto tempo è passato? / dalle lotte fraterne / quanto tempo è passato? / dagli addii incompiuti / quanto tempo è passato? / dal senza ritorno”

 

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La strada si apre verso la montagna, e inizia la linea delle maniche a vento: sono pesci, carpe giapponesi ma anche reti di pescatori, catarifrangenti, coni di stoffa e pezzi di pane di Pollicino. Il vento soffia verso il mare, un arcobaleno interrotto spunta dal monte Bulgheria, incornicia il paese di Camerota, tra le nubi ora color acciaio, ora con le stesse sfumature cangianti delle acciughe di Menaica.

E mentre il sentiero diventa visibile grazie alla brezza che muove le maniche che disegnano il costone, le voci circondano i camminanti, sono alle spalle, sono guida, si chiamano e risuonano, in una montagna che diventa teatro, emiciclo musicale prima ancora di essere sentiero.

raccogli e conserva / nel tempo del balsamo verde / quando la luce cala tardi / la notte s’accende di fuochi / canto e danze / vendette e parti / stelle di cenere / luci in amore / segna con erba le parti del corpo, / l’erba santa che guarisce”

Nei sentieri di camomilla, di artemisia, di stramonio e di ruta, la natura combatte con i sassi per trovare spazio di sopravvivenza.

“l’ulivo s’alza, lento e infinito / le donne annodano i libbani / dall’erba sparta / giri di funi spesse / reti del vento che scendono a mare”

Tra i fiori gialli, i cespugli spinosi, le falene e le pietre forate il sentiero si dipana con parti di coro disposte in testa al gruppo, in coda, e poi in una sorta di contraltare, poco più in alto lungo lo spartiacque della montagna. Le Chemin des femmes è un coro nato in Emilia che ha coniugato le proprie voci con quelle dei cori Vivat di Lentiscosa e Kamaraton di Camerota: 30 donne disseminate su un sentiero con 300 metri di dislivello che per realizzare la performance continuano a cantare.

“passo chiama passo / passo conta passo / passo incide passo / passo brucia passo / passo canta passo / passo scorre passo”

Il vento sferza mentre si sale, gonfia le maniche a vento e gli abiti di Marras che si mescolano ai colori delle montagne, con i toni del terra d’ombra, del borgogna e del castano. Ora si scorge il mare oltre Camerota, l’inizio della costa degli infreschi e alle spalle la forma frastagliata di capo Palinuro.

“canto che chiama / canto che libera / canto che innamora / canto che piange / canto che uccide / canto che sostiene / ogni storia è storia d’ogni luogo / si radica al suolo / nuove storie germinano / cadono, nere di gelo / mutano, verdi di pioggia / impietrite, grigie di sasso”

Ed è lì, tra i sassi grigi dello spiazzo della Cropana che sono sorti alti e violacei i cardi. La piana è ricoperta di questi fiori robusti e ostili, che si piegano di poco all’aria che attraversa la valle e leviga il monte.

 

Davanti alla porta dello Jazzo le donne sono ora tutte riunite in un coro diplofonico, in cui quello che era prima un andamento dalla valle verso il monte è ora un ondeggiare delle parole da costa a costa.

Al centro, in abito tradizionale, c’è Elena Bojkova de Le Mystère des Voix Bulgares che restituisce al monte Bulgaria la tradizione legata al suo nome. È un assolo che sovrasta lo spazio e la montagna, in un silenzio quasi irreale. La voce si interrompe, e riparte il coro:

“fuoco chiama fuoco / cenere chiama cenere / vento da mare che gonfia / fuoco morde fuoco / radice stringe radice / vento di polvere che scalda / fuoco spira fuoco / sabbia copre sabbia / vento da terra che precipita / fuoco soffia fuoco / pietra spacca pietra / vento freddo di spilli / fuoco copre fuoco / luce accende luce / vento da cielo che asciuga / fuoco genera fuoco / odio nutre odio / vento caldo che schiaccia”.

Trentuno donne, quattro cori differenti, cantano insieme, spesso all’unisono in cima alla montagna. La loro voce è vento, sono ninfe e popolane, mondine e spose, sono elementi antropomorfi e innesti naturali. Gli abiti nodosi si gonfiano di vento, in un paesaggio severo in cui i cardi fanno da cornice.

E poi, silenzio.

Si scende in fila, con una lucina che schiarisce il sentiero. Le maniche a vento si illuminano di luce riflessa, nella notte stellata di Licusati. Alla chiesa dell’Annunziata è festa, ci sono piatti, bicchieri, pasta e fagioli. Le donne continuano a cantare in cerchio, ora allegre, letteralmente “scanzonate”. La loro euforia travolge gli astanti, e parte un coro di campane della chiesa, suonate a composizione, che restituiscono il festoso e la dimensione celebrativa della serata. Le maniche a vento continuano a gonfiarsi nella notte, di lontano si intravedono i fuochi di San Giovanni.

VOCE A VENTO di Claudia Losi, un progetto dell’associazione Jazzi, a cura di Katia Anguelova, 24 giugno – 24 settembre 2018.

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