#cantierejazzi1: cronaca di un inizio collettivo

28 febbraio 2017 14:30 di jazzi

“Com’è andata? Non l’avete capito? Una riunione di lavoro lunga un intero sabato, dove la gente si trattiene fino a due ore dopo la fine, da queste parti non si era mai vista!” Così ci saluta il direttore del Vecchio Frantoio di Marina di Camerota domenica mattina, a giornata conclusa e cantiere aperto. Quelle parole hanno reso reale la sensazione che avevamo tutti nel gruppo: che quel sabato mattina nuvoloso, tra gli ulivi che lasciano intravedere il mare, qualcosa sia iniziato davvero, con le basi migliori che potessimo immaginare.

Fino alla sera del 24, #cantierejazzi era ancora solo una scommessa. Con il treno delle 22.35, sotto la pioggia, sono però arrivati i vincitori del concorso, felici di poter incontrare in carne ed ossa non solo i fautori del bando, ma soprattutto i partecipanti del #cantiere, i veri destinatari delle loro idee. Andrea Andreco e Luana Wojaczek Perilli sono arrivati da Roma; il collettivo Covet invece è giunto da Mosca. Il gruppo era entusiasta, aveva portato la curiosità, la preparazione e quello sguardo sorpreso sul paesaggio mediterraneo che permette di scorgere e di distinguere le bellezze che spesso noi diamo per acquisite: come gli ulivi, i muretti, la terra rossa. Come gli jazzi.

La colazione è stata per noi attesa e agitazione: le 45 sedie erano pronte, il proiettore pure, ma gli interessati sarebbero arrivati per davvero? Avremmo scomodato giovani e non giovani, di sabato mattina, per venire ad ascoltarci, a discutere con noi e magari ad impegnarsi per il futuro?

E poi diventa tutto facile: arrivano alla spicciolata gruppi di persone, alcuni si conoscono già tra di loro, altri no, si cerca di godere del tepore del sole di febbraio che anticipa la primavera.

Ci sono insegnanti, presidi, studenti, camminatori, architetti, allevatori, pastori, attivisti, proprietari di jazzi, studiosi del territorio, professionisti e autodidatti, donne e uomini, ragazzi e anziani, autoctoni e curiosi venuti dall’Irpinia, dalla Basilicata, dalle aree limitrofe, da Salerno, da Napoli. Dopo il classico quarto d’ora accademico si entra in sala, e felicemente ci accorgiamo che le sedie non bastano, che è necessario stringerci per fare spazio a tutti. Ed è già, per noi, una grande soddisfazione.

Iniziano le presentazioni sui temi centrali del #cantierejazzi. Dopo aver introdotto il progetto e il cammino fatto fino ad ora, si entra nel cuore delle questioni, partendo, ovviamente, dagli Jazzi.

16998685_426084324395228_5654842910496372647_nRigenerare gli Jazzi è il tema centrale, sia per come è emerso dal concorso, sia per gli obiettivi del progetto. Come fare? Le parole d’ordine sono chiare: replicabilità, pernottamento, proprietà, temporaneità, comunità e utilizzatori.

A questo primo tema di riflessione viene fatto seguire un secondo momento che cerca di ragionare sulla cosiddetta “arte pubblica” e sui molti, possibili, interventi nel paesaggio. La questione è decisamente aperta: pensiamo davvero che l’arte sia capace di darci idee in grado di generare economia, connessione territoriale e comunitaria? Mentre si riflette sulla risposta, scorrono le immagini dei progetti di Ugo Rondinone, dell’esperienza di Arte Sella e del Parco dei Paduli.

Si continua con la proposta di eventi culturali site-specific: musica, teatro, tradizione del fuoco sono solo alcuni esempi su come creare momenti di aggregazione attorno alla cultura. Il traguardo a cui si aspira è riuscire a realizzare tre momenti pubblici durante l’anno, cercando di coniugare qualità artistica, territorio e continuità con le narrazioni locali (quella che abbiamo sempre evocato: la presenza di Ernesto de Martino).

SI riflette poi sulla segnaletica dei sentieri e punti d’interesse: il fine dichiarato è lavorare per segnalare i cammini restituendo anche un racconto del territorio. Il modello è Maria Lai e “legarsi alla montagna”, ma le direttrici sono due: la mappatura e la cura come elementi di connessione con il Bulgheria.

Infine, una riflessione di medio periodo sullo sviluppo delle aree interne: non siamo soli a ragionare su questi temi, è una questione su cui ci si interroga a livello nazionale. Il programma di sviluppo delle aree interne e la ricerca delle narrazioni da contesti simili potrebbe offrire un benchmark importante e ampliare la valutazione sulle tematiche della cittadinanza materiale, della vulnerabilità dei territori ma anche delle infinite possibilità che queste aree offrono: sono i vuoti da riempire, gli spazi da scrivere.

Finite le presentazioni, la parola passa ai premiati: se dalle formiche e dall’etologia studiate da Luana Perilli possiamo imparare il significato di collettività, dall’esperienza progettuale decennale di Andreco possiamo raccogliere tecniche e modelli artistici ecosostenibili, dallo sguardo “esotico” del collettivo russo Covet apprendiamo come intervenire sulla bellezza senza alterarla? Abituati ai grandissimi spazi dei parchi pubblici russi, il collettivo si è interrogato a lungo su come incidere su un territorio “già pieno di bellezza” con un intervento che fosse punto di vanto e rafforzativo, ma non coprisse l’esistente, anzi: lo valorizzasse.

Si è quindi aperto il dibattito: dai molti interventi sentiti abbiamo appreso che c’è una rete, forte, di persone che stanno individualmente cercando di proteggere questo territorio, di tutelarlo, di “farlo fiorire”. Per citare alcuni dei relatori, la questione deve essere però riassunta così: ci sono molti preziosissimi eroi solitari ma noi possiamo farcela solo attraverso un atteggiamento eroico comunitario. Con questo auspicio, ci sediamo a tavola (rigorosamente scegliendo posti a fianco di persone sconosciute), dove un piatto di salumi locali viene seguito da cavatielli fatti in casa al ragù, innaffiati dall’Aglianico santa Clara, coltivato sul monte Bulgaria. Aglianico è una trasformazione di Ellenico, e nella tradizione vinicola c’è il racconto di un territorio che si riscrive sui molti percorsi e sentieri passati.

jazzi 1

Dal piacere della tavola si passa ai tavoli di lavoro. Si ricomincia a discutere di possibilità e #ideeperglijazzi suddivisi in tre gruppi di lavoro: rigenerazione, sentieri, cammini, tradizioni e cultura. Ci sono riflessioni da condividere e soprattutto un linguaggio comune tutto da diventare, perché per poter camminare insieme è importante soprattutto capirsi e allineare lo sguardo, per immaginare e costruire.

16806989_425315721138755_7996282588398170777_n16806850_425315741138753_8825956658385974712_nI tavoli proseguono sotto la pioggia battente, con il freddo della sera e il buio che avvolgono lo spiazzo del vecchio frantoio. Sono le 18.30, è il momento della restituzione. Le tracce sono ancora piccole, abbozzate, ma il lavoro è partito, e l’energia c’è, così come la voglia (a questo punto dichiarata) di mettersi in gioco. 19.20: ci si dà appuntamento presto, prestissimo, tra meno di un mese, per continuare a ragionare, per rendere i pensieri a poco a poco più concreti. Se avesse fatto caldo, le discussioni forse si sarebbero tramutate in cena improvvisata. Ma siamo contenti così, perché le idee devono essere fatte decantare perché possano diventare solide fondamenta per le nuove costruzioni. Il #cantierejazzi è stato aperto, ed è stato inaugurato nel migliore dei modi. Grazie a tutti i partecipanti presenti, è stato bello incontrarvi, non vediamo l’ora di rivedervi, con un tempo migliore, il tramonto più tardivo, e ancora più spazio per poter immaginare insieme.

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