Geoanarchia

15 giugno 2017 8:42 di jazzi

Se il problema è il destino della terra, è dalla terra che dobbiamo ricominciare. E l’idea di Geoanarchia è semplice: pensare e praticare paesaggi per fare resistenza ecologica. 

di Matteo Meschiari.

 

Pensare paesaggio

Paesaggio come metodo

Insegnare il paesaggio è in qualche modo una contraddizione in termini, perché il paesaggio non si insegna, non si impara, non è una disciplina definita (semmai è un’indisciplina), non è una materia che si può inserire in un programma di studi. Più che un sapere, il paesaggio è un metodo, e ancor prima di essere un metodo è un modo di vedere, di immaginare e di pensare le cose.

Le innumerevoli definizioni del termine paesaggio indicano l’inutilità, e anche l’impossibilità, di procurarne una definizione, perché c’è qualcosa nel paesaggio che sfugge in permanenza, che non si lascia abbracciare da uno sguardo univoco. Le numerose discipline che si occupano di paesaggio lo sanno, ma rinunciano per ragioni pragmatiche a questo relativismo e agiscono come se il paesaggio fosse un oggetto come tutti gli altri. Invece, l’essenza stessa del paesaggio è proprio nella sua refrattarietà a un pensiero frontale.

Il paesaggio va colto di profilo, e quello che davvero conta non è il ‘cosa’ ma il ‘come’ del paesaggio, cioè la sua natura ambigua, dinamica, in progress. Per avvicinare il fenomeno paesaggio bisogna modificare le nostre attitudini, bisogna restituire elasticità al pensiero, bisogna accettare l’incompiuto, il frammento, il confine incerto. Proprio in questo senso insegnare il paesaggio è uno sforzo auspicabile, perché aiuta a cambiare l’orizzonte mentale.

Il paesaggio è un modo di pensare, e proprio per questo può diventare un buon metodo per affrontare problemi complessi e per insegnare ad affrontarli. Il paesaggio può insomma rappresentare un’alternativa preziosa per chi crede che l’insegnamento corrente, scivolato nella superficialità o nell’eccessiva specializzazione, abbia bisogno di un ripensamento radicale.

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Claudia Losi, Biotopes, 2013.

Pensiero selvatico

Ma perché il paesaggio? Le ragioni sono essenzialmente due: perché il paesaggio richiede un approccio multidisciplinare (restando al tempo stesso qualcosa di molto concreto), e perché la mente dell’uomo è naturalmente ‘paesaggistica’ (nonostante qualche millennio di sovrastrutture culturali). L’uno e l’altro aspetto vanno chiariti.

A cavallo tra natura e cultura, tra contemplazione e azione, tra materia e pensiero, il paesaggio si propone come un problema a molte variabili. In un’epoca in cui si parla molto di interdisciplinarità, di pensiero complesso, di logiche ‘altre’, di terzo paradigma, al livello dell’insegnamento istituzionale ci si scontra con una duplice difficoltà: da un lato l’interdisciplinarità richiede all’insegnante tempi troppo lunghi di apprendistato, dall’altro il rischio sempre presente è quello di scivolare in categorie filosofiche troppo speculative, cioè astratte e indigeste. Il paesaggio è invece qualcosa di tangibile nella sua parte più concreta (il territorio, la geografia fisica, il mondo naturale), ed è abbastanza intuitivo nella sua parte concettuale (etica, estetica, filosofica, cognitiva). In altre parole, il paesaggio aiuta a entrare nel mondo delle idee tenendo i piedi per terra.

Una serie di studi antropologici e cognitivi sul pensiero umano, cioè sul modo in cui funziona il cervello e in cui tale funzionamento interagisce con le invenzioni culturali, ha messo in luce che il canone logico-aristotelico-cartesiano su cui si fonda l’Occidente è solo una delle modalità possibili della mente. L’idea è che decine di millenni di interazione con l’ambiente naturale hanno sviluppato nell’uomo modi diversi di percepire e di pensare il mondo, e solo un allontanamento artificiale dall’ecosistema selvatico ha reso ‘inutile’ questo bagaglio di conoscenze.

Se prendiamo in esame la prospettiva del Brunelleschi, la corteccia dipinta di un aborigeno australiano o un quadro di Cézanne, ci rendiamo conto che sono tutte rappresentazioni dello spazio, ma è anche evidente che le ultime due hanno priorità diverse e che sono il riflesso di un mondo non euclideo. Per spiegare Brunelleschi si fa ricorso alla matematica e volendo alla filosofia. Per spiegare la corteccia dipinta o Cézanne si deve accettare un sistema di pensiero in cui la logica e la ragione rispondono a regole ‘altre’. Quali sono queste regole?

L’ipotesi è che il paesaggio concreto abbia funzionato, e per qualcuno funzioni ancora, come una specie di laboratorio naturale per inventare delle logiche alternative. La sua configurazione spaziale può essere letta come una configurazione semiotica in cui esistono degli oggetti dotati di senso, e dei modi in cui tali oggetti producono senso. Questi modi, queste dinamiche che stabiliscono connessioni, analogie, corrispondenze tra le cose, non sono il frutto di una speculazione logico-matematica astratta, ma sono lì sotto gli occhi, suggeriti da eventi concreti, da forme che l’occhio può esplorare, da movimenti che il corpo può percorrere.

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Claudia Losi, Oceani di terra, 2003.

Pensare paesaggio

Per parlare in termini un po’ paradossali, si può dire che il paesaggio ‘contiene’ pensiero, nel senso che il pensiero umano può (ri)trovare nel paesaggio dei modelli nuovi e imprevisti per organizzarsi. Questo aspetto ‘paesaggistico’ della mente sarebbe stato la norma fino alle soglie dell’epoca storica, dopodiché sarebbe stato relegato ai pensieri ‘secondari’, ‘irrazionali’, come quello del mito, dell’arte o della follia. Ha senso riattivare questa modalità in età contemporanea per colui che è estraneo al mito, all’arte e alla follia? Ha senso proporre questo itinerario nei luoghi d’insegnamento?

La domanda ha poco senso in un sistema istituzionale in cui il paesaggio è usato al massimo come categoria geografica, estetica o ecologica. Oggi il paesaggio entra nelle scuole e nelle università attraverso la storia dell’arte, le scienze naturali e, grazie a qualche pioniere, attraverso la letteratura, ma non entra certo a livello metodologico come modo per ripensare l’arte, le scienze e la poesia. In attesa di questa evoluzione culturale auspicabile, possiamo limitarci a enumerare alcuni vantaggi che possono derivare dal fare un discorso sul paesaggio ai nostri figli.

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Claudia Losi, Geoanarchia, illustrazione, 2017.

Il paesaggio sembra riassumere in sé tutte le qualità che auspicava Italo Calvino per la nuova letteratura (e non solo): leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Possiamo riconoscere questi attributi nel paesaggio, ma possiamo anche leggerli come prerogative e obbiettivi della mente. Riconoscere nel paesaggio queste categorie è dunque un modo per arrivare a riconoscerle in sé: se il paesaggio è così, significa che io posso pensarlo così; se il paesaggio è fatto in questo modo, tutto ciò che assomiglia al paesaggio può essere pensato in quel modo. L’idea è pensare-paesaggio.

Leggerezza significa che il paesaggio può essere un modello per spiegare teorie classiche che presentano un grado eccessivo di complessità e di astrattezza. La teoria del linguaggio, della mente, delle strutture culturali e sociali, degli insiemi; le dinamiche delle popolazioni, quelle storiche e politiche, quelle biologiche e microbiologiche, quelle artistico-letterarie possono trovare nel paesaggio un parallelo spaziale che ne facilita la comprensione. Cogliere il lato paesaggistico di una teoria significa alleggerire l’impatto di una modellizzazione strettamente scientifica.

Rapidità significa che il paesaggio suggerisce in modo intuitivo e immediato l’idea che le parti e il tutto sono aspetti di un’unica realtà. Cogliere una tendenza generale e unitaria in una messe sovrabbondante di fenomeni è arduo, ma se si pensa il caos in termini di paesaggio, si può avere da subito una visione d’insieme che mette al riparo dal disorientamento e non ha bisogno di rinunciare al particolare minimo. L’immediatezza del paesaggio permette insomma di conciliare sguardo analitico eGestalt.

Esattezza significa che il paesaggio resta comunque e sempre un mondo di oggetti definiti. Anche le aree di transizione, le frontiere incerte, le sfumature sono fatte di incontri di realtà singole. Per quanto i paesaggi romantici abbiano prodotto immagini fumose, il paesaggio concreto conserva sempre l’esattezza delle cose in quanto tali, scevre da sovrastrutture simboliche, metaforiche, intellettuali.

Visibilità significa che il paesaggio aiuta a valorizzare il pensiero per immagini, di solito svalutato dall’approccio logico-matematico. Immaginare in termini di paesaggio una realtà complessa significa restituirle quella visibilità su cui la mente fa affidamento per cominciare a costruire un modello delle cose.

Molteplicità significa che possiamo parlare del paesaggio sotto molteplici punti di vista. La multidisciplinarietà, che è necessaria in un discorso sul paesaggio, non è il privilegio metodologico di qualche raro intellettuale; è la presa di coscienza (su come stanno i saperi tra loro) per chiunque sia in viaggio verso il mondo della complessità. Il vero risultato dell’approccio multidisciplinare non è spiegare qualcosa, ma far capire che esistono oggetti complessi che si possono conoscere soltanto cercando il ponte tra aree diverse del sapere. Il paesaggio aiuta a farlo grazie alla sua natura poliedrica e cangiante.

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Fabio Pupin, Marmotta, Italia.

Bilancio

Insegnare il paesaggio significa innescare una metodologia indotta che può portare a un mutamento nel modo di vedere, pensare e rappresentare le cose. Non solo le cose legate al mondo naturale, all’ecologia, all’estetica, ma tutte quelle realtà intrinsecamente complesse che possono essere pensate in termini paesaggistici. Questo ripensamento non corrisponde a una rivoluzione intellettuale, ma a una riscoperta del tutto naturale di facoltà di analogia, di sintesi e di connessione già potenzialmente codificate nel nostro cervello. La ‘scoperta’ contemporanea del paesaggio è un movimento che ci porta ad approfondire la nostra consapevolezza intellettuale in rapporto ad alcune facoltà cognitive ‘illogiche’. Cominciare a parlarne ai bambini, agli studenti, ai vicini di casa significa ripensare le strategie stesse del condividere il pensiero, per cercare formule più paesaggistiche, cioè più umane, di trasmettere e di stimolare il sapere.

Tratto da “Geoanarchia“, ed. Armillaria, 2017.

In copertina: Fabio Pupin, Bufo Bufo, Italia.

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