Fòcare: un progetto tra rito e cambiamento

21 dicembre 2017 0:17 di jazzi

Jazzi ha incontrato Antonio Pipolo, promotore della residenza Fòcare. Si tratta di un progetto cilentano che ricerca, documenta e reinterpreta riti e tradizioni della cultura popolare dimenticata mediante il recupero effettivo della pratica rituale, la sua conservazione e il suo sviluppo in chiave contemporanea. La residenza culminerà in una performance il 23 Dicembre, alle ore 20 a Villa Littorio – Laurino (SA). Dall’incontro con Antonio è scaturita una chiacchierata che parla di rito e comunità, arte e natura, e di connessioni con il progetto Jazzi.

AJ: Fòcare promuove una forte ricerca-azione intorno al rito del fuoco. La matrice pratica, il valore manuale e spirituale, la magia, la ciclicità, il ritmo stagionale, la festa. Cos’è una fòcara? Come si inseriva nella tradizione cilentana? Quando e perché venivano accesi i fuochi?

AP: Le fòcare, nell’accezione locale, sono grossi falò che vengono accesi negli spazi pubblici, generalmente agli incroci delle strade, e che testimoniano ciò che rimane di antichi riti pagani di abbondanza e propiziazione. Le fòcare venivano innalzate in occasione delle feste solstiziali per celebrare le ricorrenze agricole e propiziare il bel tempo e un raccolto fruttuoso. Il Cilento, terra di pastori e agricoltori, conserva viva questa tradizione, che è tuttora molto diffusa e praticata. Con l’avvento del cattolicesimo venne incorporata in ricorrenze liturgiche cristiane; per questo motivo, ancora oggi, le fòcare vengono accese nella notte di Natale e in occasione della festa di San Giovanni – in altri casi le fòcare di San Giovanni sono state sostituite dai fuochi d’artificio.

AJ: Tenendo presente che le fòcare restano pratiche collettive ancora attuali in alcuni luoghi del Cilento – sebbene in misura minore rispetto al passato -, come nasce l’idea di rendere il rito nuovamente contemporaneo?

AP: Con una buona dose di caso, se devo essere sincero. Al tempo stavo frequentando un corso di arte relazionale all’università, e tornato a casa per le vacanze natalizie decisi di girare un piccolo documentario amatoriale che raccontasse la costruzione di questo rito collettivo, cui ho partecipato fin da piccolo. Non lo feci con uno scopo preciso, ma così, quasi per gioco. Tra le immagini che girai mi colpì particolarmente il commento di una vecchia signora che, riscaldandosi davanti a una fòcara che sembrava più piccola rispetto a quelle degli anni precedenti, diceva: “…nun mancan’e lèuna, mancan’i cristiani” (“non è la legna a scarseggiare, ma le persone”). In quel suo commento, un po’ amaro, lessi la profonda esigenza di rinnovamento che la gente della mia comunità stava cercando. Pensai subito che lo spazio-tempo del rito potesse essere un terreno estremamente fertile per sperimentare il cambiamento, ma il rito andava contaminato con contenuti e simboli nuovi, riportato alla dimensione del presente. Così ci siamo inventati Fòcare.

 

AJ: Cosa cambia rispetto al rito originario, e cosa invece avete mantenuto?

AP: Fin dalla prima edizione abbiamo deciso di rispettare la natura tradizionale delle fòcare, lasciando immutato il momento rituale tradizionale del 24 dicembre, e cercando di agire, piuttosto che sul rituale stesso, sull’arco di tempo speso per la sua preparazione. Data la natura sperimentale del nostro intervento, non abbiamo deciso quindi di sostituire il rituale tradizionale, ma di affiancarvi la serata del 23 dicembre.

Come dicevo in precedenza, uno degli obiettivi di fòcare è ricercare nuovi simboli per un rituale che sia contemporaneo, e abbiamo dunque deciso di mettere l’arte al servizio di questo scopo. La musica è uno degli esempi che mi sembra efficace. Tutta la musica che viene proposta durante la serata conclusiva è originale, costruita a partire da laboratori di improvvisazione e conduction. Questo permette che siano il contesto, l’ambiente e l’esperienza tutta a parlare attraverso i musicisti, e non il contrario; cerchiamo costantemente di far sì che le pratiche artistiche proposte non siano totalmente imposte, ma si sviluppino in armonia con quello che c’è a Villa Littorio. Questo è uno degli aspetti che mi sembra innovativo. Fòcare è un rituale sempre diverso, non si svolge come una liturgia, ma come una comunione di intenti. La società e i suoi costumi cambiano così velocemente, in questa epoca, che forse l’unica maniera di rappresentarli consiste nella continua capacità di rinnovarsi. Ci muoviamo, in questo senso, con una ricerca che potrei definire quasi empirica, conserviamo quello che ci sembra efficace e interessante per l’anno successivo.

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AJ: Tema centrale del rito sono le comunità, che gli danno forma e continuità. Nel caso di Fòcare, come si integra la comunità locale nel corso della residenza e della festa?

AP: L’importanza di creare un dialogo e una collaborazione con la comunità locale è uno degli aspetti centrali del progetto di residenza. Siamo particolarmente interessati ai processi artistici che conducono a una creazione collettiva, piuttosto che a un risultato materiale o spettacolare che sia. Cerchiamo quindi di produrre relazioni, e non oggetti d’arte.

Gli artisti che partecipano alla residenza utilizzano pratiche di co-creazione che mirano a stabilire collaborazioni e fini comuni con gli abitanti di Villa Littorio. Altri progetti sono di natura documentaria: costruiamo piccoli archivi o ricerche sulle tradizioni e sui costumi locali, per investire la popolazione e il contesto dell’importanza che si merita, e diamo dunque voce alle micro-storie. Fino ad ora le persone della comunità si sono mostrate aperte e disponibili, anche alle richieste di collaborazione più eclettiche; in fondo cerchiamo semplicemente di costruire qualcosa insieme, di divertirci, di creare e ravvivare i rapporti personali.

Un’operazione non sempre semplice: nel corso del tempo mi sono reso conto che le persone sono abituate a osservare passivamente e a giudicare, piuttosto che a partecipare a un’esperienza – io do la colpa di tutto questo alla televisione, ahimè! ci ha reso tutti spettatori. Durante la festa cerchiamo di creare dei piccoli dispositivi partecipativi, che ci aiutino, appunto, a trasformare gli spettatori in attori. Non costruiamo un palcoscenico, ma cerchiamo di creare delle situazioni diffuse e di alimentarle con interventi di improvvisazione. La maggior parte della popolazione partecipa volentieri, alcuni cucinano piatti tradizionali per ravvivare la festa con del buon cibo; quest’anno abbiamo anche vendemmiato, per bere insieme nella serata conclusiva.

 

AJ: Il tema della terza edizione, che si chiuderà il 23 dicembre 2017 con la performance/festa finale, è ARTE E NATURA. Un tema, a noi molto caro, che può intraprendere direzioni molteplici, da quelle prettamente affini alla ricerca, a quelle performative, contemplative, interattive. Voi in che modo interpretate questo rapporto tra arte e natura?

AP: Direi che la natura è un tema centrale in questo momento storico, in tanti campi del sapere leggo una certa tendenza a riscoprire una forma di vita sostenibile. L’arte non fa eccezione, anzi, mi sembra che negli ultimi tempi uno degli scopi dell’arte in generale possa essere ricondotto alla ricerca di un rapporto con la natura più consapevole e rispettoso. Inoltre, credo sia importante che questo tipo di iniziative rimangano sensibili alle specificità che il nostro territorio può offrire, la natura incontaminata è di sicuro una di queste. Quest’anno ci sembrava doveroso concentrarci su questa caratteristica, che è storicamente presente all’interno dei rituali arcaici: l’elemento naturale.

Per questa edizione abbiamo organizzato delle passeggiate con gli abitanti del paese, per condividere i saperi relativi agli usi alimentari e medicinali delle piante autoctone, oltre a escursioni in montagna, per percorrere e riconoscere le bellezze della nostra terra. Cerchiamo, durante la residenza, di minimizzare i nostri consumi e di utilizzare materiali sostenibili per la creazione di installazioni e scenografie. Ecco, più che un tema, ARTE E NATURA lo intendiamo come una buona pratica, un tentativo di porci in ascolto verso l’esterno, frutto di una metodologia site-specific.

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AJ: Il progetto si sviluppa in un’area interna del parco nazionale del Cilento, zona meno battuta dal turismo. Quali sono gli elementi che hanno reso l’area attrattiva? Come potrebbe essere rafforzato il turismo sostenibile del Cilento interno?

AP: Se devo essere sincero non mi piace affatto la parola ‘turismo’, spesso la trovo fastidiosa, ho anche i miei dubbi sul turismo sostenibile, non so se effettivamente esiste davvero; credo invece che le differenze le facciano i numeri. Il turismo smette di essere sostenibile quando diventa massivo. Sono più affezionato alla parola ‘viaggio’. Mi piacerebbe che il nostro territorio si ri-popolasse di viaggiatori, e non di turisti – due categorie con una leggera differenza di attitudine. Faccio questa piccola introduzione perché il turismo, per quanto voglia mostrarsi come una risorsa economica allettante, troppo spesso finisce per danneggiare irreparabilmente i territori. Il Cilento interno è una terra magnifica, una delle poche zone in Italia incontaminate e scarsamente antropizzate. Una ricchezza che in futuro potrebbe trasformarsi in un tesoro così grande che io stesso faccio fatica a immaginarlo. Risponderò quindi in maniera molto diretta: quello di cui abbiamo bisogno è una rete stabile di entità culturali, il più possibile svincolate dagli organi politici, che comunichino in maniera efficace, anche con l’esterno. Fòcare si muove in questo senso: è una nicchia, conosciuta più altrove che in Cilento, che cerca di comunicare con altre realtà (questa intervista ne è un esempio). Non abbiamo bisogno di strade, ferrovie o altri B&B, abbiamo solo bisogno di fare rete, e di imparare a usare ‘davvero’ il web.

 

AJ: Proviamo spesso a capire come attivare pratiche di collaborazione con altri soggetti che operano sul territorio del Cilento e altrove. Tu in che modo immagineresti delle forme di porosità tra Jazzi e Fòcare?

AP: Direi innanzitutto che Fòcare e Jazzi partono da un terreno di ricerca comune: entrambe cercano nuove forme di vivere il territorio del Cilento, ed entrambe lo fanno a partire da un elemento della tradizione, materiale o immateriale che sia. Questo punto comune mi sembra un ottimo presupposto, che ha il potenziale di aprire a una collaborazione molto fruttuosa. Questa chiacchierata, in qualche modo, è già un primo passo. Quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto Fòcare lo abbiamo fatto anche con il desiderio profondo di ridare vita a queste terre, e di sottrarle allo spettro dell’abbandono; ecco, forse Fòcare e Jazzi possono fare qualcosa perché questo accada, creando nuove modalità di percorrere e vivere il territorio del Cilento, senza cadere in quelle forme di turismo che troppo spesso deturpano i luoghi.

 

Il 23 dicembre saremo a Villa Littorio per seguire la festa finale di Fòcare. Proveremo a raccontarvi com’è andata. Qui i dettagli dell’evento: https://www.facebook.com/events/133554160643855/

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