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Il bando di concorso è chiuso

di Matteo Meschiari.

Sembra di essere in una mappa equinoziale alla von Humboldt. Quelle paesaggistiche, con una montagna settecentesca colorata a fasce, dove si leggono le variazioni vegetazionali al variare dell’altitudine. I frutteti, poi gli uliveti, poi il trapasso alle erbe e alle rocce, i dorsi calcarei e asciutti del Monte Bulgheria, Cilento meridionale. Domani cammineremo. Non so come, non so con chi. Ma cammineremo. E dal cammino verrà fuori qualcosa. Che poi è sempre la stessa cosa, da Ardipithecus ramidus a noi. Un andare oltre, uno stare qui. Ma questa volta non porto regole. Non c’è stato il tempo, forse non ne avevo voglia. Così non sarà come le altre volte, quando ho ingabbiato un gruppo di camminanti in una macchina cognitiva, o estetica, o politica. Domani cammineremo e basta. Così quello che volevo dire a loro lo dico a me stesso qui. Lo ripeto in camera, stanco del lungo viaggio in treno, prima di cena. E prima anche di aver capito com’è fatto realmente questo luogo.

Immagina. Di lasciare la città, di avere a disposizione un giorno per te. Vai nei paesaggi, quelli che ami, quelli che conosci, oppure vai altrove, in cerca di qualcosa di nuovo. Potrai fare ciò che vuoi, quello che ti riesce meglio, come camminare, arrampicare, nuotare, oppure startene al sole, all’ombra di una pianta. Invece decidi di cambiare i gesti, le posture, i modi di attraversare e pensare ciò che ti circonda. Vuoi fare meditazione di paesaggio, ma non ti va di dirlo ad alta voce, qualcuno potrebbe non capire. Vuoi vivere la terra dove sei arrivato in un modo diverso, forse adeguato al luogo in cui ti trovi, staccandoti per un po’ dal rumore che fanno gli altri, da quello che fai tu.

Forse puoi sederti, chiudere gli occhi, lasciarti trasportare in qualche mondo mistico, verso le mete descritte dai sapienti dell’anima. Nirvana. Alta Vacuità. La comunione dell’anima. Oppure puoi restare lì dove sei, ancora più lì, sempre più dentro a quell’intreccio complesso di tempi e volumi che è un paesaggio. Esci dal sentiero, cerchi piste che non esistono sulle mappe, ti guardi intorno. Qui c’era una faglia, pensi ai suoi abissi. Qui inizia il mare, le sue valli invisibili si allargano nella tua testa. Finalmente sei qui. Allora immagina. I movimenti infinitamente lenti di quella montagna laggiù. Prova a camminarli, come se fossero sentieri inumani. I muscoli delle gambe sentono le variazioni del terreno, quelle variazioni sono tracce di spazi, di tempi. Ecco. I tempi dei paesaggi dentro le tue gambe. Prova a cercarli. Sentili.

Come sarebbe, a questo punto, inventare degli “esercizi naturali”, come quelli spirituali che faceva Ignazio di Loyola? Ad esempio sui tempi dei paesaggi, sui loro movimenti. E con esercizi naturali voglio dire i modi per preparare il corpo e la mente a incontrare la terra come realtà vivente, riducendo l’arbitrio e il rumore dei gesti. Esercizi che si sdoppiano in esercizi immaginati ed esercizi camminati, per alternare pausa e movimento, mente e corpo, riflessione e azione. Immagina allora di proporlo a qualcuno. Potresti dirgli: sviluppa il tuo itinerario, ascolta il ritmo dei passi, del pensiero. Non hai tempo? Fanne solo uno alla volta, uno qualunque, lì dove ti trovi, su una scogliera, in un bosco, dentro una palude, lungo una frana di rocce, tra gli ulivi. Basta un semplice esercizio, uno qualunque, per entrare nel paesaggio, per capire ciò che sei.

Gli esercizi immaginati servono ad approfondire la percezione e a vedere con la mente ciò che sfugge ai sensi. Mari scomparsi, dinamiche geologiche, crescite vegetali hanno tempi e movimenti estranei ai nostri ritmi. Solo l’immaginazione può trasformare gli elementi visibili del paesaggio in visioni capaci di restituire l’energia e la varietà della terra. Gli esercizi camminati servono a individuare e a percorrere nei paesaggi degli itinerari nuovi, per sentire con il corpo l’energia e la varietà dei terreni. Nervature, linee di tensione, scorrimenti, isoterme e isoipse, ruscellamenti, canali del vento. Sono tutte proprietà comminabili del terreno. Poi, se vuoi, puoi pensare a percorsi inventati, che uniscono i due tipi di esercizi: si sovrappongono alle forme dei paesaggi per penetrare la loro complessità. Ma, ancora una volta, ne basta uno. Fanne solo uno.

Allora arrivi. È sera. Le luci stanno andando via. Un albergo, un bivacco, una tenda, la casa di famiglia. Hai mangiato, adesso sei a letto. Invece no. Ti alzi. Proprio come si prepara uno zaino, puoi preparare te stesso alla giornata di domani. I piedi prima di tutto. Devi renderli più lenti, più attenti. L’abitudine ti spinge a camminare da un punto A a un punto B per la via più breve, quella più veloce. Usi i passi come un mezzo, non come un fine, ti affretti. Invece puoi smantellare questa abitudine e ricostruire da zero il tuo modo di camminare. È semplice. Fa’ alcuni passi nella tua stanza, nel corridoio, ma falli più lentamente che puoi. Così lentamente che perdi quasi l’equilibrio. Così lento che ti senti un po’ stupido, e che la sponda del letto, o la finestra, o la porta in fondo al corridoio sono mete lontanissime. Punta e tallone. Punta-tallone. La punta è più sensibile. Più silenziosa. Come un cacciatore lungo una pista invisibile.

È una grammatica elementare del passo. Potrai riusarla sul terreno, domani, ma adesso torni a letto, chiudi gli occhi, sogni da sveglio i paesaggi, quelli che il buio ti nasconde, sono grandi animali addormentati. Ci cammini sopra, piano, provi a non svegliarli. E, come hai fatto con la piccola camminata, adesso cominci a immaginare qualcosa che ti riguarda da sempre, senza saperlo, un passo alla volta, partendo dall’inizio. Le pareti della casa, del bivacco, della tenda, si sciolgono. Resta solo la notte dei paesaggi. E in mezzo tu. Che sei arrivato qui 50.000 anni fa. Conoscevi le piste della selvaggina come le linee della tua mano. Entravi nelle grotte della terra e dipingevi animali come paesaggi. Era ieri 50.000 anni fa. Oggi sei così lontano da te stesso da non riconoscerti più. Eppure quel cacciatore eri tu, hai solo scordato chi sei.

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